WWF, 60 anni di comunicazione ambientale: al MAXXI il confronto tra informazione, creatività e nuove sfide

Giornalisti, divulgatori, creator e pubblicitari si sono confrontati a Roma su come raccontare la natura nell’era della sovrabbondanza informativa: tra campagne storiche, nuovi linguaggi e street art, il WWF rilancia la sfida di trasformare la consapevolezza in partecipazione

Sessant’anni fa la sfida era convincere le persone a parlare di ambiente. Oggi, in un mondo attraversato da un flusso continuo di notizie, immagini e contenuti digitali, il problema è riuscire a farsi ascoltare. Come si racconta la natura senza banalizzare la crisi climatica? Come si costruisce un messaggio capace di informare, emozionare e soprattutto spingere le persone ad agire?

Sono alcune delle domande al centro di “Ambiente Forte e Chiaro”, l’incontro promosso dal WWF Italia al MAXXI di Roma, che ha riunito giornalisti, divulgatori, creator e professionisti della pubblicità per riflettere sull’evoluzione della comunicazione ambientale.

L’appuntamento si è svolto nell’ambito di “Rivoluzione Naturale. Viaggio tra temi, media e linguaggi che hanno costruito la coscienza ambientale in Italia”, la mostra che celebra sessant’anni di campagne del WWF, ripercorrendo il contributo dell’associazione alla diffusione della sensibilità ambientale nel nostro Paese. L’esposizione è visitabile gratuitamente fino all’8 novembre.

Dall’informazione alla partecipazione: la sfida della comunicazione ambientale

La comunicazione ambientale si trova oggi davanti a un paradosso. Non sono mai stati disponibili così tanti dati, studi scientifici e strumenti per comprendere le trasformazioni del pianeta. Eppure, la crescente quantità di informazioni non sempre si traduce in maggiore attenzione o in comportamenti concreti. È proprio su questa distanza tra conoscenza e azione che si è sviluppato il confronto al MAXXI, articolato intorno a due elementi fondamentali: l’informazione e la creatività. La prima permette di comprendere la realtà, distinguere i fatti dalle interpretazioni e costruire consapevolezza. La seconda rende i messaggi riconoscibili, accessibili e capaci di coinvolgere emotivamente il pubblico. Due dimensioni complementari, soprattutto quando si affrontano temi complessi come la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e la tutela degli ecosistemi.

Sul versante dell’informazione, il podcaster e divulgatore Antonio Losito ha interpretato il ruolo di un “disinformatore ambientale”, mostrando quanto sia semplice manipolare il dibattito pubblico sul clima attraverso narrazioni fuorvianti. Silvia Bombino, Head of News di Chora & Will Media, ha invece approfondito il ruolo delle nuove realtà editoriali nate intorno alle community, capaci di trasformare le questioni ambientali in argomenti di interesse collettivo, mantenendone la complessità.

Una prospettiva diversa è arrivata da Camilla Pagliarosi, Wildlife Field Ranger, fotografa e creator, che ha raccontato come le esperienze vissute direttamente sul campo possano diventare contenuti autentici e contribuire a costruire relazioni di fiducia con il pubblico digitale. A completare il quadro è intervenuto Fabrizio Masia, amministratore delegato di EMG Different, che ha analizzato l’evoluzione del rapporto degli italiani con l’ambiente, soffermandosi sui fattori che possono trasformare la sensibilità individuale in partecipazione concreta.

Quando la creatività diventa uno strumento di cambiamento

Accanto all’informazione, la creatività ha rappresentato uno degli strumenti più importanti attraverso cui il WWF ha costruito la propria identità comunicativa negli ultimi sessant’anni. Dalle campagne pubblicitarie tradizionali alle mobilitazioni digitali, l’associazione ha utilizzato linguaggi differenti per portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica. A ripercorrere questa evoluzione sono stati due protagonisti della comunicazione pubblicitaria.

Fabio Ferri, già Direttore Creativo di Saatchi & Saatchi, ha ricordato alcune delle campagne storiche realizzate per il WWF Italia, capaci di collegare le scelte quotidiane delle persone alle conseguenze sull’ambiente, fino alle grandi battaglie legate ai referendum sulla caccia e sui pesticidi. Davide Boscacci, Direttore Creativo di Accenture Song, ha invece raccontato l’esperienza di #IlPandaSiamoNoi, una campagna che ha saputo utilizzare ironia, provocazione e partecipazione collettiva, dalle tute gialle in Piazza del Popolo fino alla mobilitazione per la Nature Restoration Law. Esperienze che dimostrano come la comunicazione ambientale non debba necessariamente ricorrere soltanto a immagini drammatiche o messaggi allarmistici. Anche l’ironia, l’immaginazione e la capacità di sorprendere possono contribuire a rendere una causa riconoscibile e a coinvolgere nuovi pubblici.

WWF, sessant’anni per costruire una nuova coscienza ambientale

A tirare le fila dell’incontro è stato Antonio Barone, Head of Communications di WWF Italia, che ha moderato il confronto e richiamato il cambiamento radicale avvenuto nel rapporto tra società, informazione e ambiente. “Sessant’anni fa il WWF ha rotto il silenzio in un’Italia in cui nessuno parlava di ambiente. Ha inventato un linguaggio per un Paese che non sapeva ancora di aver bisogno della natura. Oggi le informazioni non mancano, i dati ci sono: quello che manca è l’attenzione rispetto ad un’emergenza, la crisi climatica e di natura, che è diventata abitudine“. Barone ha poi sottolineato il valore della fiducia, una risorsa particolarmente delicata in un ecosistema comunicativo dominato dalla velocità e dalla continua competizione per l’attenzione. “Comunicare la natura, oggi, è una questione di fiducia, che si conquista in anni e si può perdere in un post: la sfida oggi è attraversare il rumore per far sentire le persone protagoniste, non spettatrici”.

Un messaggio che va oltre la comunicazione ambientale e riguarda più in generale il rapporto tra organizzazioni, media e cittadini. In un contesto in cui chiunque può produrre e diffondere contenuti, l’autorevolezza non dipende soltanto dalla quantità di informazioni condivise, ma dalla loro qualità, dalla coerenza dei messaggi e dalla capacità di costruire relazioni durature.

La street art di Moby Dick porta la rivoluzione naturale fuori dalla mostra

L’incontro al MAXXI è stato accompagnato anche da un momento artistico, con la performance dal vivo di Moby Dick, pseudonimo di Marco Tarascio, street artist e pittore romano che ha realizzato un’opera nel dehor dello spazio Corner. Il lavoro, accompagnato dalla frase “Be the Natural Revolution”, rappresenta un invito a diventare protagonisti del cambiamento necessario per proteggere la biodiversità. Al centro della composizione compaiono alcune delle specie simbolo delle campagne di conservazione del WWF: la megattera e la tartaruga marina Caretta caretta, rappresentative degli ecosistemi marini, il gorilla, legato agli ambienti forestali, il lupo, protagonista di importanti battaglie per la conservazione, e naturalmente il panda, icona dell’associazione. Attraverso questi animali, l’artista costruisce un racconto visivo che collega habitat differenti, ricordando quanto gli equilibri naturali siano interdipendenti.

La scelta della street art non è casuale. Portare il messaggio ambientale attraverso un linguaggio artistico immediato e accessibile significa raggiungere anche persone che potrebbero non avvicinarsi spontaneamente a una campagna scientifica o a un approfondimento giornalistico.

“Da sempre cerco con le mie opere di sensibilizzare le persone e di dare voce agli animali anche attraverso un aiuto concreto sul campo. Con questa opera lo sguardo delle specie a rischio si trasforma in un appello collettivo a riconoscere il valore della biodiversità e la responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti della natura”, afferma lo street artist Moby Dick.

Raccontare la natura senza rinunciare alla speranza

Dall’incontro emerge una riflessione che riguarda il futuro della comunicazione ambientale: raccontare un’emergenza non significa necessariamente limitarsi a descriverne le conseguenze negative. La sfida è trovare un equilibrio tra rigore scientifico, capacità narrativa e coinvolgimento emotivo, evitando sia la spettacolarizzazione della crisi sia il rischio di generare rassegnazione. Perché conoscere un problema non equivale automaticamente a volerlo risolvere. E un pubblico costantemente esposto a messaggi catastrofici può finire per sviluppare indifferenza anziché partecipazione.

In questo senso, i sessant’anni di campagne del WWF rappresentano anche un percorso attraverso l’evoluzione dei media e della società italiana: dalla pubblicità tradizionale alle grandi mobilitazioni, fino ai social network, ai podcast e ai linguaggi artistici contemporanei. Cambiano gli strumenti, le piattaforme e le modalità con cui si costruiscono le storie, ma resta centrale l’obiettivo di rendere la tutela della natura una responsabilità condivisa. La vera rivoluzione, oggi, potrebbe essere proprio questa: passare da una comunicazione che chiede semplicemente attenzione a una capace di generare fiducia, speranza e voglia di agire.